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LA MIA STORIA
Fotografo come pratica essenziale del mio
vivere.
Attraverso l’esperienza, l’osservazione, l’intuizione, l’istinto, l’azione
e la riflessione raccolgo tracce ed elementi che sedimentano su diversi supporti
ricettivi.
Propendo per una filosofia del fare non disgiunta dal pensiero. Sono
sensibile alle visioni e allo stesso tempo affascinato dal documento, in quanto parti reciprocamente necessarie alla costruzione
della mia cosmogonia. Lavoro sulla storia, o meglio, sull’apparato scenico che mi permette di
includere e mostrare gli esiti della raccolta.
Credo sia importante dare una storia al senso delle cose, piuttosto che
dare senso a una storia.
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TERRITORI ATTUALI, PAESAGGIO, CITTA’
Esplicito riferimento alla ricerca del
collettivo STALKER di Roma, questo lavoro, costantemente in progress, riunisce
in qualche modo diverse necessità che si evidenziano durante l’indagine del
territorio: la catalogazione, le ipotesi di memoria dei luoghi, la loro
ri-scoperta.
I concetti di “territorio attuale” (…“i
luoghi delle memorie rimosse e del divenire inconscio dei sistemi urbani, il
lato oscuro delle città, gli spazi del confronto e della contaminazione tra
organico e inorganico, tra natura e artificio”…) e di “abbandono” (…”l'abbandono
è la massima forma di cura per ciò che è nato e si è sviluppato al di là della volontà e del progetto dell'uomo”…) indicano una realtà nel divenire delle
cose.
Il documento è una forma incompleta di rilevamento se, come
scrive Foucault, “l' attuale non è
ciò che noi siamo, ma piuttosto ciò che diveniamo, ciò che stiamo diventando,
ossia l'Altro, il nostro divenir-altro”.
E se oggi il confine della città è sempre più
labile, mimetizzato dalla contiguità di agglomerati periferici, da zone
residenziali satellitari sempre più uguali, da altre città filamento che si
srotolano lungo strade statali congestionate, nello
stesso modo l’indagine di tali sistemi deve essere elastica, liquida,
esperienziale.
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STRUTTURE PRECARIE – Palinsesti 2009
Fotografie, oggetti e suoni di Alessandro Ruzzier
Fondazione Ado Furlan, Pordenone
“[…]
L'operazione artistica che Ruzzier presenta in questa mostra sfugge alle
consolidate definizioni: documenta e al contempo interpreta le opere degli
altri artisti; descrive la trasformazione del luogo e narra la sua permanenza
nel luogo; verifica la specificità dell'immagine ma la contamina attraverso i
suoni. Al di là di tutto,
l'operazione di Ruzzier è un'occupazione dello spazio e del tempo in cui
l'autore ha lavorato. La mostra, quindi, mette in scena un periodo di lavoro
all'insegna della precarietà nei termini del progetto.
Un luogo che pare storico ma di cui si ha una visione
oggi alquanto instabile, viene occupato da oggetti d'arte che non gli
appartengono, trasformandone il significato per un periodo limitato. Questa
trasformazione dello spazio nel tempo è un'occasione per Ruzzier per verificare
la precarietà dell'immagine, il grado di referenzialità o il grado di memoria tecnologica che ci restituisce. Ruzzier, artista eclettico, gioca
con il programma1 che la fotografia gli fornisce svolgendo una forte
riflessione sulla sua componente di base: la luce. E
dunque la luce, senza la quale nulla sarebbe, diviene protagonista delle sue
fotografie. La luce naturale, che entra dai finestroni degli Essiccatoi, crea
gli oggetti così come li vediamo. La luce che trasforma il luogo originario in
spazio d'arte, diventa opera fotografica secondo i limiti del programma in cui
il fotografo si muove.
Ma, attraverso un passaggio
ulteriore, lo spazio dell'arte si trasforma in suono e ancora in
immagine. Il programma della macchina fotografica viene stravolto dall'uso del sonoro che, registrato durante gli allestimenti agli
Ex-essiccatoi “bozzoli”, viene trasformato in una nuova immagine.
L'artista registra durante la produzione e l'allestimento delle
installazioni dei rumori in formato digitale. Poi, elabora i rumori registrati
separando lo spettro sonoro e usando le frequenze basse per generare note
preciseche, inviate ad un woofer impermeabilizzato e
immerso nell'acqua, formeranno un'immagine sulla superficie che corrisponde
alla frequenza stessa delle onde sonore.
I suoni dovuti alle frequenze medio-alte vengono editati e ricomposti come in una partitura musicale,
elementi compositivi di una poetica narrativa che segue temporalmente
l'inestinguibile ciclo della luce.
I rumori, come la luce, passano attraverso uno strumento di registrazione, vengono estrapolati dal continuum della realtà e vengono
riconsegnati a noi nella mostra in forma di nuova realtà. L'immagine non si
crea più attraverso la fotografia ma attraverso il suono. I media si fondono e
si confondono per ricreare lo spazio esperito dal fotografo, in un tempo e in
un luogo determinati dal progetto della mostra, e dilatati nella ricreazione
del progetto artistico nello spazio espositivo di Pordenone. […]”
Roberto Del Grande
PRECARIOUS STRUCTURES – Palinsesti 2009
Photographs, objects and sounds by Alessandro Ruzzier
Fondazione Ado Furlan, Pordenone
“[…] The
artistic operation Ruzzier presents in this exhibition breaks away from
consolidated definitions: it documents and simultaneously interprets the works
of other artists; it describes the transformation of the place and narrates his
presence there; it assesses the specificity of an image but it also
contaminates it through sounds.
Besides everything else,
Ruzzier's operation is the occupancy of the space and time in which the author
worked. The exhibition stages therefore a work period
marked by the precariousness of the project terms. Art objects that do
not belong to an apparently historic place, but perceived today as rather instable,
transform its meaning for a limited time. This transformation of the space in time presents an opportunity for Ruzzier to verify
the precariousness of the image, its degree of self-reference, and the degree
of technological memory it conveys. Ruzzier, an eclectic artist, plays with the
program photography gives him, and develops a
meaningful reflection on light, photography's basic component. And light, without which nothing would exist, becomes the
protagonist of his photos.
Natural light, penetrating through the
large windows of the Essiccatoi, creates objects as we see them. Light transforms the original setting in a place of art, it becomes a
photographic work within the boundaries of the program in which the
photographer works.
Yet, at the next stage, the
space of art transforms itself into sound, and then once again into image. The
camera's program is turned around with the use of a
soundtrack which, recorded during the setting up stage at the former Essiccatoi
"Bozzoli", is then transformed into a new image.
The artist records noises in digital format during the production
and setting up of the installations. Then, he elaborates the recorded
sounds dividing the sound spectrum and using low frequencies to generate specific notes which, sent to a waterproof woofer
immersed in water, create an image on the surface corresponding to the
frequency of the sound waves.
The sounds of medium-high frequencies are edited and recomposed as in sheet
music, as components of narrative poetics temporally following
the endless cycle of light. The noises, like the light, are filtered through a
recording instrument; they are extrapolated from the continuum of reality and then returned to us in the exhibition in the form of new
realities. The image is no longer a product of photography, rather of sound. Media are merged and blurred to recreate a space experienced by the photographer, in a given time and
space of the exhibition's project, and expanded in the recreation of the
artistic project in the exhibition hall in Pordenone. […]”
Roberto Del Grande
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WAVEFILES - 2009
Ciò che vediamo formarsi sulla superficie
dell’acqua è l’immagine di un suono.
L’installazione, progettata e costruita per
la mostra “Strutture precarie” – Palinsesti 2009 – è formata da un
altoparlante, in grado di riprodurre le frequenze tra i 20 e i 400 hz
(woofer), immerso in una vasca d’acqua. All’amplificatore che pilota il woofer vengono inviati dei segnali audio di bassa frequenza.
Ogni segnale audio ha una frequenza diversa dal successivo, e questa darà luogo ad immagini diverse una dall’altra.
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NEMERIA
Installazione
Video, oggetti, materiali organici
09.10 – rassegna di arte contemporanea
Castello di Strassoldo (Udine) dicembre 2009
All’uomo che cammina lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città.
Duecento passi mi dividono dal ponte di terra, legno e gusci fossili. L’odore delle officine si spinge nei campi fino alle cisterne a forma di torre. Sotto le scarpe le prime lamiere rammollite dalla ruggine.
Ancora odori, di carta bruciata sulle sponde dei canali. Si incrociano con le traiettorie dei passi. Il lento sforzo delle pompe nei pozzi inocula crescita apparente a campi verdi lucenti. Sotto le scarpe le prime chiazze di fosforo. La città di Nemeria infila il terreno e si propaga con un reticolo di fibre fino alla sua periferia. Ogni mattino gli abitanti escono dal suo nucleo fatto di involucri di cartone, celluloide, vetro, fili di rame e seta. Prima di intraprendere il tragitto verso i canali applicano sul corpo dei sensori sotto fasce di garza e di lana. Ogni anno, in questo periodo, vengo a Nemeria per osservare gli uomini che preparano il raccolto. Arrivati sui terreni fangosi cominciano a costruire le serre. Abbassano le chiuse e l’acqua nei canali lentamente comincia a salire. Alcuni preparano cesti con foglie di robinia e castagno. Gli abitanti di Nemeria sono sempre gli stessi, o meglio, lo stesso numero. Per ogni morte c’è una nascita. Questo fa sì che non servano nuove sedie, nuove scarpe, nuove lampade, nuove case. Ogni cosa a Nemeria è sempre stata la stessa. Lo stesso arco sorregge il balcone del municipio, lo stesso muro divide i giardini dalla centrale elettrica, la stessa salita conduce alla locanda in fondo alla piazza, gli stessi abiti invogliano dalle vetrine dei negozi. Nemeria nasconde un segreto: sotto la superficie su cui è stata costruita, la città si sviluppa in modo simmetrico. Per meglio intendere queste parole bisogna pensarla appoggiata su un lago. L’immagine riflessa compone la metà nascosta agli occhi. Nella città interrata vivono tutti coloro che non possono apparire fuori, quelli nati prima che qualcuno morisse, e quelli che non sono morti per lasciare posto ai nuovi nati. I pavimenti, le strade e ogni cosa sulla quale poggiano piede è ricoperta di sabbia, perché da sopra non si possano sentire rumori. Per questo chi vive sotto non può neanche parlare. Durante il periodo del raccolto gli uomini della città silenziosa mimano la calata delle chiuse e si sbracciano per comprimere l’aria in sembianze di foglie e giunchi. Ogni azione che accade sopra, nello stesso momento viene replicata sotto con perfetto sincronismo. Ora torna difficile comprendere dove la città custodisce il suo senso d’essere e quali sono le forze che governano il suo equilibrio. Se nella struttura emersa, dove azioni e geometrie ripetute in tempi regolari scandiscono ogni cosa, o piuttosto nella cavità sorda, dove l’errore, nascosto, non impedisce alle azioni di compiersi.
A noi basterà dire che nella città di Nemeria ogni anno gli uomini costruiscono serre, e spingono l’acqua fino al limite degli argini, e intrecciano foglie. E che ogni anno ce ne sono tanti quanti l’anno prima.
All’uomo che cammina lungamente per terreni selvatici basterà aver desiderio d’una città.
Alessandro Ruzzier
“Il passato è un’immensa pietraia che tanti vorrebbero percorrere come se si trattasse di un’autostrada, mentre altri, pazientemente, vanno di sasso in sasso, e li sollevano, perché hanno bisogno di sapere che cosa c’è sotto”
J.Saramago.
E uno che i sassi ama sollevarli è Alessandro Ruzzier, che nell’ambiente della Cancelleria del castello ci dà conto della propria esplorazione di Nemeria, una città invisibile che Marco Polo aveva forse scordato di descrivere a Kublai Khan. Si tratta di una città che “infila il terreno e si propaga con un reticolo di fibre fino alla sua periferia” e che si sviluppa in modo simmetrico, afasico e ctonio, nel sottosuolo. Alessandro ce la sa costruire, sotto gli occhi e soprattutto dentro la testa, in una dimensione di percorso ciclico che rende ancor più struggente il ricordo della sferica ed aerea Zenobia concepita per Milano da Giuliano Mauri, e tornata invisibile insieme al suo geniale creatore. Di Nemeria Ruzzier descrive, per allusioni verbali e visive, un “nucleo fatto di involucri di cartone” che sembra uscito dal mondo denso di utopie radicate negli slums di Gordon Matta-Clark. E lo fa immergendosi nella logica della finzione, sottraendo peso concreto – la densità ottusa dell’evidenza – a tutti i principali elementi dell’installazione, dal video alle prove che dovrebbero materialmente attestare l’esistenza della città.
Fulvio Dell’Agnese
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KISSES - 2009
Il progetto KISSES nasce come proseguimento
della collaborazione tra Alessandro Ruzzier,
artista visivo, fotografo e musicista, e Vlasta Veselko, danzatrice, performer
e coreografa. Questa collaborazione è iniziata con il progetto sperimentale
Take away, che si è svolto nel dicembre 2008 a Udine in Italia
Il punto di partenza della nostra riflessione è l’intimità. Cos’è l’intimità,
come la viviamo, com’è considerata nella società.
Attraverso la riflessione sull’intimo e sul corpo, che per esempio è strumento
fondamentale del ballerino, abbiamo cominciato a ragionare su quegli atti
fisici che rappresentano e testimoniano
l’intimità. Siamo così giunti al bacio, un atto che può essere
addirittura considerato più intimo della sessualità stessa (le prostitute non
baciano i propri clienti sulle labbra). Nella “classifica” delle cose
considerate intime il bacio è al primo posto. Ed è pur sempre tra le cose
tollerate e concesse nei luoghi pubblici.
Forse potremmo considerarla azione innocua, non problematica.
Abbbiamo considerato il bacio, quindi, come azione fisica, dove si incontrano inizialmente
due corpi (bocche, labbra, lingue, denti…).
Ma anche incontro di due personalità. Due energie.
Due „chimiche“…. il bacio come
apertura di una porta, un’invito ad entrare profondamente nell’interno
dell’altro, con il mischiarsi di liquidi corporei.
Attraverso il modo di baciare (dolce, appassionato, automatico, amichevole,
dato di sfuggita…) possiamo leggere sia i rapporti tra
i due individui che il carattere del singolo che bacia.
Il progetto si svolge in due parti.
Una performance con documentazione fotografica
Una mostra fotografica.
La performance si svolge in uno spazio delimitato
e protetto dalla vista di chi sta fuori (una struttura a forma di cubo di 2,7
metri di lato, montabile in 20 minuti e posizionabile
in una galleria, in un teatro, in una libreria, in uno spazio pubblico
all’aperto…), in modo tale da creare un’atmosfera rilassata, piacevole,
sicura, intima. Il visitatore è invitato a entrare nello spazio, viene informato che ci si aspetta da lui una collaborazione
attiva e che la performance sarà documentata con delle fotografie, e che queste
diventeranno poi materiale per una mostra. Avrà comunque la possibilità di
rinunciare in qualsiasi momento e uscire senza concludere l’azione. Il compito della performer è quello di
portare il visitatore all’atto del bacio. Essa ricerca e trova modalità che le permettono di ottenere il contatto con
l’altro. Nel farlo utilizza diverse strategie per raggiungere l’obiettivo: lo
sguardo, l’espressione, l’atteggiamento del
corpo, una carezza… Contemporaneamente passa attraverso diverse sensazioni come
la paura, la resistenza, il rifiuto, la reticenza, l’impotenza, l'attrazione,
l’impegno preso (baciare, essere baciata), la stanchezza, la noia,
l’aspettativa, il timore della reazione dell’altro, il pensiero che l’altro
possa essere malato, sporco, ubriaco…
Il compito del fotografo, che ha un
ruolo di voyeur e documentarista nello stesso tempo, è quello di testimoniare la realtà dei baci con le fotografie e con la sua
presenza. Anche lui sarà soggetto a diversi stati emozionali e, se da una parte
meno coinvolto in quanto escluso dall’azione fisica
del bacio, dovrà però essere il sostegno psicologico della performer, mantenere
la lucidità e l’attenzione, ed eventualmente intervenire in caso di reazioni
impreviste e inopportune da parte dell’ospite
“Il
muro di baci”
Per la mostra gli scatti realizzati vengono montati uno accanto all’altro su un’unica parete, un muro di baci appunto. Il
fotografo “scrive” una storia dei baci, attraverso la mostra risponde alle
domande degli spettatori.
Cosa accade tra i due
che si baciano?
Assistendo di persona all’azione del bacio potremmo
descrivere quello che veramente sta accadendo tra i due?
Forse, più esattamente potremmo descrivere quello che pensiamo stia accadendo.
Stiamo osservando, non siamo coinvolti attivamente nell’azione, ma ne siamo investiti.
La percezione di quello che accade è la proiezione sull’immagine dei due che
abbiamo davanti agli occhi, delle nostre emozioni, di quello che noi sentiamo,
immaginiamo, desideriamo, viviamo intimamente. Saremmo noi in grado, una volta
scoperti, di continuare nel nostro ruolo di voyeur? E
loro due continuerebbero a farlo sapendo di essere guardati? Cos’è un bacio? Cosa significa baciare qualcuno
La storia può esser un sogno, perché con questa azione e con la fotografia si può cogliere con un
solo bacio, con un solo sguardo, la storia della vita, la durata di più anni in
un solo momento.
Crediamo in quello che vediamo, e questo può diventare un gioco pericoloso.
Il muro dei baci porta un messaggio positivo. Una preghiera per il mantenimento della fiducia nelle
persone. Un’opportunità per provare a noi stessi che mai tutto può essere
definito con certezza. Che ancora, nella nostra vita, giocano un ruolo fondamentale le emozioni.
KISSES - 2009
The KISSES
project is the result of the ongoing collaboration between Alessandro Ruzzier,
visual artist, photographer and musician, and Vlasta Veselko, dancer, performer and choreographer. Their collaboration begun with the experimental project “Take away”
in December 2008 in Udine, Italy.
The
starting point of our observation is the concept of intimacy.
That is the meaning of intimacy, how we live it, how it is considered in our society.
By observing our intimate world and our body which is, for instance, the main tool used by a dancer,
we decided to focus on those physical actions that represent and state
intimacy. We eventually came to the act of kissing, which is often considered
more intimate than sexuality itself (prostitutes do not usually kiss their
clients on the lips). In the ranking of actions considered intimate, kissing is in the first position. And yet it is among the tolerated and
permitted things you can do in public.
We might even
consider it as a harmless gesture.
Eventually, we decided to consider a kiss as a physical
action, where two bodies initially meet (mouths, lips, tongues, teeth…).
But also where two different personalities meet. Two different energies.
Two different "chemistries"… a kiss seen as a door
opening, an invitation to the deepest part of another person, by exchanging
body-liquids.
By the way we kiss (sweet,
passionate, automatic, friendly, hasty…) we can "read" both the
relationship between two people and the personality of each individual
involved in the kissing.
The project is divided in two parts.
One is a performance supported by pictures.
The other is a photo exhibition.
The performance is carried out in a confined space, protected from the outside world (a
cube-shaped structure, measuring 2.7 m on each side, which can be easily set up
in 20 minutes and then placed inside an arcade, a theatre, a bookstore, an
outdoor public space…), in which we create a laid back, pleasant, safe and
intimate environment. Visitors are invited to come inside,
then informed that they are expected to collaborate actively and that the performance is going to be documented by pictures which
will later be displayed in an exhibition. They are also assured that the
performance can be interrupted and that they can leave at any time, if they wish so.
The performer's task is to
get the visitor involved in the kissing. She tries to
find the way to establish a physical connection with the visitor. In
doing so, she can choose different techniques: she
might use a glance, an expression, her body language, a caress... At the same
time, she goes through a range of different feelings, like fear, resistance,
refusal, reticence, powerlessness, attraction, sense of commitment (kissing and
being kissed) and expectation, tiredness, boredom, concern for the possible
reaction of the visitor or for the fact that he/she might be sick, dirty,
drunk...
The photographer's task, who acts
as a voyeur and a documentary maker at the same time,
is to make the kissing real through his pictures and his very presence. He himself feels different emotions and, if on the one hand he is
less involved since he is not taking part in the physical action of kissing,
on the other hand he is the performer's psychological support, and is required
to keep his mind clear and alert, ready to step in if the visitor reacts
unpredictably and inappropriately.
"The wall of kisses"
For the exhibition, the pictures are displayed side by side on one
wall, namely the wall of kisses. The photographer
"writes" the story of the kissing, and with the exhibition he answers
the audience's questions.
What happens between two people who kiss?
When we see two people kissing,
can we describe what is really going on between them?
Maybe, to be more precise, we can describe what we think is going
on. We observe the action, not actively involved, yet affected by it. Our
perception is the projection on an image of the two people in front of us, of
our emotions, of what we feel, imagine, desire, live intimately. Would we be
capable, if caught in the act of watching, of persevering in our voyeur role?
And would the two people keep on kissing if they knew they were being watched?
What is a kiss? What does kissing somebody mean?
This story can be seen as a dream: with this specific action and with a photo we can
tell a life story, we can put together many years in just one moment, simply
with a kiss or a glance.
We believe what we see, and
this can lead us to a dangerous game.
The wall of kisses brings a positive message. A prayer to keep on having faith in people. A chance
to prove ourselves that nothing can be surely defined. And
that emotions still play a fundamental role in our life.
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SANATORIUM
L’ex Sanatorio di Gorizia è oggi sede del Centro di Salute Mentale Alto Isontino Integrato.
Il
dipartimento di Psichiatria è l’ultimo rimasto nel comprensorio del vecchio
ospedale dell’ASS Isontina. Gli altri dipartimenti sono stati già tutti trasferiti
nella nuova sede ospedaliera.
L’edifici dell’ex sanatorio è
imponente, 4 piani in altezza, ma solo il piano terra è utilizzato. La
struttura è in parte fatiscente e, dal momento che da
anni il C.S.M. è in attesa di trasferirsi nella nuova sede che troverà posto
all’interno del parco Basaglia, non sono state apportate le modifiche di
impiantistica e sicurezza per mettere a norma tutti gli spazi interni.
La
narrazione si svolge su tre livelli, come tre sono i livelli fisici, i piani dell’edificio, che costituiscono le tre parti oggetto
d’indagine.
Il primo
livello, “stanze”, si trova al secondo piano. Stanze spoglie, archivi
dimenticati, sedie, lavandini, gli sguardi che additano l’esterno …. luce, una costante presenza di enormi finestre, anche se a
volte oscurate da tapparelle sghembe.
Il secondo
livello, “passaggio sotterraneo”, è un’incursione nei sotterranei operata con
la complicità di Barbara Stimoli, danzatrice e performer. Qui sotto il suono si
modifica, gli echi e i riverberi generati dai lunghi cunicoli piastrellati
stemperano la presenza dei corpi e li sospendono in una sequenza atemporale.
Il luogo del terzo livello narrativo, chiamato
“cellule”, è il piano terra dell’edificio. Qui trovano sede gli uffici del
C.S.M., l’ambulatorio, la segreteria e il reparto di degenza.
Dal diario
di “cellule”.
Mi
viene incontro Marco. E’ eccitato. Tira fuori dalla tasca qualcosa e me lo
porge.“Ale, ho trovato queste robe in una delle stanze
del primo piano. Sembrano dei cosi per fare le foto, tipo dei rullini. Vedi,
c’è scritto Agfa, però io non ho mai visto dei rullini così. Erano in uno scatolone tutto bagnato. Ma tu sai cosa sono?”.
Mi ritrovo in mano due pellicole Agfa formato 120. Le
uniche cose che riesco a leggere sulla confezione, quasi totalmente slavata e
ricoperta di muffa, sono la scritta Agfa e, sembra, la scritta black and white film. Il giorno dopo prendo i due rulli e la Mamiya 6x4,5 e
vado al CSM. Faccio dei ritratti ad alcune delle persone in
carico al servizio. Torno a casa e sviluppo le pellicole. Scopro che
l’emulsione è danneggiata, presenta a tratti una texture fatta di macchie che
rende il lavoro inutilizzabile. La cosa mi deprime e mi fa incazzare. Penso che
dovrei rifare le foto con una pellicola nuova, ma sento anche che non sono in
grado di sostenere lo sforzo che mi chiedo di fare. Quello che ho dovuto usare
e consumare per portare i miei soggetti a farsi fotografare è una riserva di
energia che non si rimpiazza a breve termine. La sera
mi addormento con una sensazione di sconfitta, e con
l’intenzione di dimenticare quegli scatti. Qualche mese più avanti mi imbatto di
nuovo in quei negativi rovinati. Faccio le scansioni. Così li ho visti per la
prima volta in positivo.
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VISIONI – 1997/2000
Le immagini di VISIONI oltrepassano il mero
linguaggio fotografico e si differenziano da una semplice documentazione del
territorio che potrebbe cogliere un obiettivo indagatore. Essa sconfina nella
poetica dei segni che non descrivono ma collegano
l'esterno e l'interno di un paesaggio urbano. Soggetti decomposti, riflessi,
frantumati e raccolti. Dove l'umanità è riflessa e sfuocata, priva di relazioni
tra soggetti atomizzati le cui traiettorie non si incontrano.
Questa città di Ruzzier è la città delle cose, degli
ammiccamenti facili, delle conferme e delle gioie di cartapesta e dei grandi
cartelloni pubblicitari. E sta qui la sua autenticità e la sua universalità.
Melita Malabotta Richter
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UNA CITTA’ PARALLELA - 1995
Verrà forse il giorno in cui dei nostri corpi
di cittadini sarà rimasto solo lo spettro infrarosso? E’ un interrogativo tra
il serio e il faceto (ma chissà se lo è poi tanto…) che mi permetto di
estrapolare da questa metodica, ossessiva serie di fotografie di Alessandro
Ruzzier.
Con questi fantasmi che sono poi gli abitanti
di una città qualsiasi, in un futuro che è già l’attualità in corso, il
fotografo dotato di emozioni antiche ha un conto aperto. La città non risponde
ai suoi tentativi di rianimarla, e come potrebbe farlo se la città non ha più corpo, se il suo volume, i suoi spazi connettivi, i suoi
colori si stanno inesorabilmente appiattendo? Le strade che un tempo erano le
arterie vitali della comunità vengono qui compresse in
una sequenza meccanicamente ripetuta di fotogrammi piatti dove i cittadini
recintati entro schemi ossessivamente uguali (pur nella loro individuale
diversità) sono stati immobilizzati mentre sfilavano lateralmente all’apparecchio
fotografico. Ignari di essere rimasti intrappolati in una metafora del nostro
tempo che tanto assomiglia alle dissezioni del movimento di un Eakins o di un
Muybridge e ai documenti segnaletici. Ma qui l’intenzione
non è per nulla scientifica. Le sagome scorporate sembrano misteriosamente
vibrare ed agitarsi nella loro spettralità e nell’indefinita
scia luminosa che li scolpisce contro le anonime facciate degli edifici. E’
come se Ruzzier avesse registrato e stampato sulle sue emulsioni degli esseri
già “stampati” dal tempo durante la breve, condizionata posa della loro
esistenza. Brevi, infinitesimali passaggi nel vuoto immobile
della città. E’ ormai reale solo ciò che si fa visibile: quello che sta
sotto alla superficie – che vive e pulsa ma che è
opaco all’occhio – è come se fosse inesistente. Il corpo di un uomo
sorpreso per un attimo nella sua piccola cornice di mondo è solo la traccia
luminosa che un qualche strumento può registrare. Il fotografo è lì ad imprimere l’assenza, la rarefazione dei corpi, anche del
suo, ma la sua testimonianza, soprattutto quando non è premeditata, è di grande
aiuto alle nostre riflessioni.
Lo spazio delle sue radiazioni è anche il
nostro spazio.
Roberto Salbitani
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