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STRUTTURE PRECARIE – Palinsesti 2009 
Fotografie, oggetti e suoni di Alessandro Ruzzier
Fondazione Ado Furlan, Pordenone
A cura di Denis Viva e Roberto Del Grande

L'operazione artistica che Ruzzier presenta in questa mostra sfugge alle consolidate definizioni: documenta e al contempo interpreta le opere degli altri artisti; descrive la trasformazione del luogo e narra la sua permanenza nel luogo; verifica la specificità dell'immagine ma la contamina attraverso i suoni. Al di là di tutto, l'operazione di Ruzzier è un'occupazione dello spazio e del tempo in cui l'autore ha lavorato. La mostra, quindi, mette in scena un periodo di lavoro all'insegna della precarietà nei termini del progetto. Un luogo che pare storico ma di cui si ha una visione oggi alquanto instabile, viene occupato da oggetti d'arte che non gli appartengono, trasformandone il significato per un periodo limitato. Questa trasformazione dello spazio nel tempo è un'occasione per Ruzzier per verificare la precarietà dell'immagine, il grado di referenzialità o il grado di memoria tecnologica che ci restituisce. Ruzzier, artista eclettico, gioca con il programma che la fotografia gli fornisce svolgendo una forte riflessione sulla sua componente di base: la luce. E dunque la luce, senza la quale nulla sarebbe, diviene protagonista delle sue fotografie. La luce naturale, che entra dai finestroni degli Essiccatoi, crea gli oggetti così come li vediamo. La luce che trasforma il luogo originario in spazio d'arte, diventa opera fotografica secondo i limiti del programma in cui il fotografo si muove. Ma, attraverso un passaggio ulteriore, lo spazio dell'arte si trasforma in suono e ancora in immagine. Il programma della macchina fotografica viene stravolto dall'uso del sonoro che, registrato durante gli allestimenti agli Ex-essiccatoi “bozzoli”, viene trasformato in una nuova immagine.
L'artista registra durante la produzione e l'allestimento delle installazioni dei rumori in formato digitale. Poi, elabora i rumori registrati separando lo spettro sonoro e usando le frequenze basse per generare note precise che, inviate ad un woofer impermeabilizzato e immerso nell'acqua, formeranno un'immagine sulla superficie che corrisponde alla frequenza stessa delle onde sonore.
I suoni dovuti alle frequenze medio-alte vengono editati e ricomposti come in una partitura musicale, elementi compositivi di una poetica narrativa che segue temporalmente l'inestinguibile ciclo della luce.
I rumori, come la luce, passano attraverso uno strumento di registrazione, vengono estrapolati dal continuum della realtà e vengono riconsegnati a noi nella mostra in forma di nuova realtà. L'immagine non si crea più attraverso la fotografia ma attraverso il suono. I media si fondono e si confondono per ricreare lo spazio esperito dal fotografo, in un tempo e in un luogo determinati dal progetto della mostra, e dilatati nella ricreazione del progetto artistico nello spazio espositivo di Pordenone.


Roberto Del Grande

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