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| LA DISTANZA DELLA LUNA Installazione Ferro, legno, rame, altoparlanti, amplificatore, fonte audio Borgo Fornasir, Cervignano (Udine) giugno/luglio 2010 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
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NEMERIA Installazione Video, oggetti, materiali organici 09.10 – rassegna di arte contemporanea Castello di Strassoldo (Udine) dicembre 2009 ![]() ![]() All’uomo che cammina lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città. Duecento passi mi dividono dal ponte di terra, legno e gusci fossili. L’odore delle officine si spinge nei campi fino alle cisterne a forma di torre. Sotto le scarpe le prime lamiere rammollite dalla ruggine. Ancora odori, di carta bruciata sulle sponde dei canali. Si incrociano con le traiettorie dei passi. Il lento sforzo delle pompe nei pozzi inocula crescita apparente a campi verdi lucenti. Sotto le scarpe le prime chiazze di fosforo. La città di Nemeria infila il terreno e si propaga con un reticolo di fibre fino alla sua periferia. Ogni mattino gli abitanti escono dal suo nucleo fatto di involucri di cartone, celluloide, vetro, fili di rame e seta. Prima di intraprendere il tragitto verso i canali applicano sul corpo dei sensori sotto fasce di garza e di lana. Ogni anno, in questo periodo, vengo a Nemeria per osservare gli uomini che preparano il raccolto. Arrivati sui terreni fangosi cominciano a costruire le serre. Abbassano le chiuse e l’acqua nei canali lentamente comincia a salire. Alcuni preparano cesti con foglie di robinia e castagno. Gli abitanti di Nemeria sono sempre gli stessi, o meglio, lo stesso numero. Per ogni morte c’è una nascita. Questo fa sì che non servano nuove sedie, nuove scarpe, nuove lampade, nuove case. Ogni cosa a Nemeria è sempre stata la stessa. Lo stesso arco sorregge il balcone del municipio, lo stesso muro divide i giardini dalla centrale elettrica, la stessa salita conduce alla locanda in fondo alla piazza, gli stessi abiti invogliano dalle vetrine dei negozi. Nemeria nasconde un segreto: sotto la superficie su cui è stata costruita, la città si sviluppa in modo simmetrico. Per meglio intendere queste parole bisogna pensarla appoggiata su un lago. L’immagine riflessa compone la metà nascosta agli occhi. Nella città interrata vivono tutti coloro che non possono apparire fuori, quelli nati prima che qualcuno morisse, e quelli che non sono morti per lasciare posto ai nuovi nati. I pavimenti, le strade e ogni cosa sulla quale poggiano piede è ricoperta di sabbia, perché da sopra non si possano sentire rumori. Per questo chi vive sotto non può neanche parlare. Durante il periodo del raccolto gli uomini della città silenziosa mimano la calata delle chiuse e si sbracciano per comprimere l’aria in sembianze di foglie e giunchi. Ogni azione che accade sopra, nello stesso momento viene replicata sotto con perfetto sincronismo. Ora torna difficile comprendere dove la città custodisce il suo senso d’essere e quali sono le forze che governano il suo equilibrio. Se nella struttura emersa, dove azioni e geometrie ripetute in tempi regolari scandiscono ogni cosa, o piuttosto nella cavità sorda, dove l’errore, nascosto, non impedisce alle azioni di compiersi. A noi basterà dire che nella città di Nemeria ogni anno gli uomini costruiscono serre, e spingono l’acqua fino al limite degli argini, e intrecciano foglie. E che ogni anno ce ne sono tanti quanti l’anno prima. All’uomo che cammina lungamente per terreni selvatici basterà aver desiderio d’una città. Alessandro Ruzzier ![]() ![]() ![]() ![]() “Il passato è un’immensa pietraia che tanti vorrebbero percorrere come se si trattasse di un’autostrada, mentre altri, pazientemente, vanno di sasso in sasso, e li sollevano, perché hanno bisogno di sapere che cosa c’è sotto” J.Saramago. E uno che i sassi ama sollevarli è Alessandro Ruzzier, che nell’ambiente della Cancelleria del castello ci dà conto della propria esplorazione di Nemeria, una città invisibile che Marco Polo aveva forse scordato di descrivere a Kublai Khan. Si tratta di una città che “infila il terreno e si propaga con un reticolo di fibre fino alla sua periferia” e che si sviluppa in modo simmetrico, afasico e ctonio, nel sottosuolo. Alessandro ce la sa costruire, sotto gli occhi e soprattutto dentro la testa, in una dimensione di percorso ciclico che rende ancor più struggente il ricordo della sferica ed aerea Zenobia concepita per Milano da Giuliano Mauri, e tornata invisibile insieme al suo geniale creatore. Di Nemeria Ruzzier descrive, per allusioni verbali e visive, un “nucleo fatto di involucri di cartone” che sembra uscito dal mondo denso di utopie radicate negli slums di Gordon Matta-Clark. E lo fa immergendosi nella logica della finzione, sottraendo peso concreto – la densità ottusa dell’evidenza – a tutti i principali elementi dell’installazione, dal video alle prove che dovrebbero materialmente attestare l’esistenza della città. Fulvio Dell’Agnese |
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STARS FALLING INTO PLANISPHERE |
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